Rita PacilioQuattro chiacchiere con Rubriche Tra le righe 

Mettersi in discussione senza vergogna. Intervista a Rita Pacilio

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Come nasce Lorena, la protagonista del libro?

 

Lorena è una donna del nostro tempo. Nasce tra contraddizioni e speranze. I suoi sogni fanno i conti con la quotidianità dura e severa attraverso un ponte che va dalla spiritualità alla benevolenza. Non recita una parte, piuttosto si sforza di raggiungere l’equilibrio tra personalità, pensiero e comportamento. 


Nel libro si toccano molti temi, tutti legati da un unico filo conduttore: le relazioni, legami più o meno profondi, più o meno intrisi di sentimenti. Ma più di tutto l’apparenza diventa il motore di certe dinamiche e la copertura per una realtà totalmente diversa. I sentimenti vengono spesso vissuti in silenzio e in segreto, come per Clara, costretta a vivere clandestina un amore che altrimenti non sarebbe stato socialmente accettato, lo stesso vale per Mirna. Tutto si piega ad una società che detta continuamente le sue regole e tenta di separare l’inseparabile. Come pensa si possa reagire a ingiustizie sociali del genere? Che consiglio può dare a chi si sente costretto dalla società a ruoli che non gli appartengono?

 

La società ci dà il senso della regola e dell’immaginario. Lo fa attraverso le norme istituzionali – quelle riconosciute da tutti – e il buon senso o i luoghi comuni offrendoci la possibilità di vedere e vivere la vita sotto molteplici aspetti. Diventiamo selezionatori di ciò che è giusto o sbagliato ricavandoci uno spazio tutto nostro tra polemiche e spirito autocritico. Il contesto socioculturale pattuisce con noi i comportamenti entrando continuamente in trattativa, non sempre semplice.

Siamo continuamente in conflitto con la sovrastruttura sociologica e il nostro mondo personale da cui possiamo uscirne soddisfatti o perdenti. La fortuna, secondo me, è nascere e vivere in contesti in cui la libertà di pensiero e di azione collimino al punto da non doverci sentire emarginati e lasciati da soli ad affrontare i drammi umani, esistenziali e sentimentali.

Dover nascondere e vivere clandestinamente il proprio pensiero d’amore oppure la nostra idea polito-religiosa costa molta fatica e, troppo spesso, aumenta il rischio che i propri diritti vengano censurati, soffocati e offesi. Il mio suggerimento è quello di studiare, aprire varchi nella nostra mente, imparare a essere tolleranti nei confronti della diversità, imparare a non lasciare niente irrisolto per mancanza di coraggio e consapevolezza.

Educarci, quindi, a divenire sempre più cittadini del mondo e non di una piccola realtà precostituita in cui le nostre idee potrebbero rischiare di atrofizzarsi e fossilizzarsi lasciando che i numerosi quesiti si allontanino sempre più da una visione realistica e concreta di soluzione. 

Nel libro viene anche toccato il tema della malattia, non solo fisica, come per Clara, ma anche mentale, come per la sorella della protagonista. Entrambe vivono per scelta o imposizione l’isolamento dai propri affetti. Perché secondo lei si sceglie di privare sé stessi o di privare di tutto qualcuno in un momento in cui si sta affrontando una malattia?

 

La malattia ci rende fragili, ci denuda di ogni sovrastruttura e di ogni convenzione sociale. La malattia, sia mentale che fisica, ci mette, innanzitutto, di fronte alla nostra anima che viene allo scoperto e che ci suggerisce come posizionare le cose che abbiamo dentro, come confrontarci con la nostra interiorità.

Infatti, ognuno di noi acquisisce, con il tempo e con le esperienze, la capacità di non entrare in battaglia con noi stessi per non permettere alla paura e allo smarrimento di manifestarsi e distruggerci. Quindi, ognuno ha la propria reazione di fronte alla malattia e al dolore: c’è chi si chiude in se stesso e chi, invece, ha bisogno di condividere con gli altri il proprio malessere. Quando il dolore viene percepito come un nemico, un invasore che ci espone a energie negative e ci modifica al punto da temere di non essere più riconosciuti per quello che siamo, diventiamo tutti come Clara che pur di non mostrare all’Altra il suo cambiamento fisico e umorale dovuto al cancro, preferisce sparire. E preferisce allontanarsi anche dagli altri affetti cari, le figlie e il marito, pur di non coinvolgerli negli ultimi tempi del suo percorso da malata terminale.

Clara, con consapevolezza, lucidità e coraggio, si accolla la responsabilità della sua tragedia e il peso che questo comporta dimostrando l’amore di una madre e di una amante che sceglie di allontanarsi da tutti per non dare dispiacere e non vedere riflessa la sua stessa sofferenza negli occhi di chi ama. 

Per la sorella di Lorena la situazione è differente: l’allontanamento dagli affetti è necessario al fine di poter sanare ferite, per ricostruire la parte caratteriale/emozionale distorta, per rinascere a vita nuova a livello mentale grazie al supporto degli esperti del settore. Quindi, una scelta non consapevole, ma imprescindibile.

I giorni d’oggi possiamo chiamarli figli della rete, di Internet e di una realtà artificiale. Anche qui si vive un mondo parallelo, frutto di fantasie e aspettative in cui puoi scegliere di essere chi vuoi e di vedere chi vuoi in chi sta dall’altra parte dello schermo, a patto di non scontrarsi mai con la realtà. La protagonista finisce per scontrarcisi nel modo peggiore. Cosa pensa dei rapporti costruiti dietro la protezione di uno schermo? Come proteggersi dall’illusione?

 

Il mondo virtuale è sicuramente una realtà parallela a quella quotidiana. Dietro lo schermo si può celare di tutto, proprio come per strada. Con molta franchezza, sostengo che sono diverse le spinte che ci incoraggiano ad avere fiducia dello sconosciuto della rete e dipende esclusivamente da noi proteggerci da eventuali sorprese e delusioni. Il discorso diventa diverso, serio e complicato se si parla di minori, ma non è questo il nostro caso.

Lorena è una donna matura e consapevole che, attraverso l’incontro virtuale, vive un’idea illusoria della realtà che sicuramente le si presenta camuffata dalle sue stesse aspettative e desideri. Ecco, accade molto frequentemente che la rete diventi uno specchio in cui vediamo ciò che più ci piace vedere nell’ottica di poter spendere meno energie possibili a rischio minimo. L’illusione è un’arma a doppio taglio: dipende se noi siamo coloro che illudono o chi viene ingannato. Molto spesso, noi siamo gli altri. 


L’abuso è stato toccato sotto vari punti di vista, che sia nei confronti di un minore, sotto la maschera di un amore, di educazione, superstizione o nei confronti di un uomo a cui è stato tolto tutto per ripicca. Che armi abbiamo oggi contro l’abuso? Pensa che scrivere e permettere alle persone di rivedersi nei suoi personaggi possa essere terapeutico e aiutare ad uscirne o riconoscere in tempo certi abissi?

 

L’abuso è una grande piaga culturale e sociale. Purtroppo, non sempre viene denunciato dalle vittime che il più delle volte temono la vendetta del carnefice. Quando si tratta di abusi psicologici e subdoli fatti ai minori, per esempio, addirittura è molto difficile riconoscerli. Spesso chi subisce un sopruso viene abituato a pensarlo come una modalità comunicativa e comportamentale normale. È l’ambiente in cui vive a dettare questa normalità.

Quindi, è soprattutto un fatto culturale, sociale. Bisognerebbe, infatti, educarci al rispetto sin da piccoli per riconoscere i pericoli che si celano in molte personalità malate e deviate. Certo, sono assolutamente convinta che anche la scrittura può fare la sua parte. I libri possono arrivare ovunque e smuovere coscienze, aprire le menti, incoraggiare all’altruismo, cioè alla politica dell’esempio reciproco. Chi scrive ha una enorme responsabilità educativa.

Spesso viviamo sotto un velato (più o meno velato) ricatto: l’amore è elargito solo se si cede la propria libertà e l’autodeterminazione e si rinuncia a parti importanti di sé. Come si può trovare la forza di non cedervi?

L’amore è una resistenza, scrivo in una poesia. È scelta, incoraggiamento, unione, rinuncia e tanto altro; è vero, quando si ama può accadere di sacrificarsi di parti importanti del proprio sé, ma sempre per scelta consapevole. Qualora il sentimento dovesse trasformarsi in qualcos’altro o vada a oltrepassare il confine sottile del rispetto per se stessi e per l’altro, allora siamo chiamati a riconoscerne la degenerazione e cercare di salvarci. Ripulirci, lavorare su noi stessi, chiedere aiuto per sanare il sentimento senza prendere iniziative di cui potremmo pentirci. 

“Ti avrei trascinata viva nella mia morte, invece ti voglio viva nella tua vita”. Quando l’amore diventa rinuncia. È giusto preservare qualcuno al punto da privarlo di una scelta e dunque scegliere al suo posto?

Non so cosa sia giusto fare di fronte al bivio andare-restare. In entrambi i casi ci vuole coraggio, lucidità e tanto amore. Credo che Clara lo abbia dimostrato ampiamente. Mi limito ad averne rispetto senza giudicarla.

Cosa le ha donato scrivere questo libro e cosa si augura di aver lasciato nei suoi lettori?

L’esperienza di questo lavoro mi ha dato la possibilità di conoscere meglio l’animo umano. In questi ultimi anni di scrittura ho attraversato mondi e territori mettendo me stessa allo specchio. Ho cercato di guardare i miei personaggi senza giudicare, senza utilizzare pensieri didascalici, retorici e moralistici. Ecco, spero di essere riuscita, in Cosa rimane, a trasmettere un sentimento importante: il desiderio di mettersi in discussione senza vergognarsi delle emozioni e delle proprie spinte sentimentali. 


Ci sono progetti per il futuro?

Sì, ci sono progetti a cui sto dedicando il mio tempo, le mie energie e le speranze. Spero, infatti, di poterle condividere con i miei lettori molto presto.

 

Ilaria Tizzano

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